Paolo Conte è uno dei più originali cantautori italiani, e di sicuro il più erudito e coerente. Il suo stile nasce dall'accordo tra le ninnananne fantasmagoriche di Leonard Cohen, la sensibilità da cantastorie parigino di inizio '900, le big band jazz di Duke Ellington e Bix Beiderbecke, la sensibilità del song jazz-pop di Hoagy Carmichael e della chanson di Jacques Brel. A questo va di certo aggiunto uno stile erudito di costruzione delle liriche, sempre in bilico tra passioni sfrenate, malinconie di memorie passate, spiriti eleganti e forbiti, immagini traslate spontaneamente verso la sinestesia e il simbolismo da belle epoque, dove a tratti si fa largo un ermetismo schivo. I suoi due strumenti, il pianoforte e la voce (prima ancora che le canzoni vere e proprie) faranno da battistrada a una delle contaminazioni più seducenti di sempre, almeno nei rispetti del panorama del cantautorato italiano, e insieme contribuiranno al non trascurabile merito di aprire le porte alla riscoperta filologica e classica (estranea quindi agli esperimenti del giro Cramps, Perigeo, etc.) della musica jazz in Italia, fino ad allora tenuta a forza nell'oscurità. Il più fortunato del lotto, il Paul Conte Quartet (in cui figurava anche il fratello Giorgio alla chitarra, mentre a Paolo spettava il vibrafono), arriva ad incidere un Lp di brani standard jazz per la Rca ("The Italian Way to Swing"). "La ricostruzione del Mocambo" è anche uno dei pezzi forti del suo secondo album, Paolo Conte (Rca, 1975), opera che sancisce il definitivo distacco dalla produzione di canzoni d'interpretazione altrui, per approdare finalmente a una collezione di brani destinati a essere ricordati come suoi primi classici."Ho ballato di tutto" un fiero inciso da sonata beethoviana prelude a una sordida esplosione dei pizzicati rutilanti degli archi e alle pennate marziali della chitarra, e intersecazioni astratte di arabeschi orchestrali in dissonanza contrappuntistica. "Un vecchio errore" è un nugolo di sottocodici (classicismo e accompagnamento ballad, confessionalità, rassegnazione e cocciutaggine) che impagina una nuova piece piano-voce (e una delle sue migliori). "Mister Jive", infine, chiama in causa nuovamente il coro per dipingere un nostalgico omaggio a Harry Gibson e al "Cotton Club", tempio storico della musica jive, dotato di crooning decadente e compassionevole tristezza nell'alternanza strofa-chorus. E' un album incantatore, che rifugge ogni programmatica retorica per farsi fatalista fino all'eccesso. La voce di Conte, gigiona, "soul" e impertinente come non mai, fa sfoggio di grammelot, prestiti linguistici, ermetismi e istrionismi. La copertina è stata disegnata da Hugo Pratt. "Danson metropoli" è un nuovo gioco non-sense swingante vagamente superfluo, e la seguente "Il miglior sorriso della mia faccia" tenta di scimmiottare i suoi passati capolavori melodici. Tournée 2 è il sequel del disco di cinque anni prima, e il miglior album live di Paolo Conte (cinque gli inediti: "Swing", "Irresistible", "Nottegiorno", "Roba di Amilcare, "Legendary"). Conte è in ogni caso arrivato ben oltre il suo programma di illustre rivisitazione della canzone italiana, ne ha sfondato diversi limiti,attraverso una reinvenzione che parte da presupposti liberi da qualsiasi costrizione di genere, ma pure giocando al rispetto reverenziale delle sue nobili fonti ispiratrici. L'autore, esaurita parzialmente la vena creativa della forma canzone, si dedica alla realizzazione di un'opera che tiene in segreta gestazione fin dai suoi esordi. "Progetto fatto di anacronismo e retorica nostalgica, ambizione e ricercatezze da provinciale universalismo, itinerante difformità. Ha il classico gusto surreale dei Magrittiani macigni in aria, talmente innaturali nel loro spontaneo sfasamento temporale, che pure l'attenta osservazione diviene meccanica e certosina insensatezza." Amico dei suoi contemporanei ,ha con loro collaborato e ricordiamo quelli che oggi non ci sono piu' come Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Paolo Conte proprio per questo è unico nel suo genere ,è un grande in assoluto ,irripetibile a se stesso.